Dafne
Dramma pastorale in tre atti
Testo del libretto
Argomento
Secondo che raccomandò alla memoria de’ posteri la sognatrice antichità,
fu Apollo mandato da Giove suo padre a guardare gli armenti di Admeto
re di Tessaglia, e quivi, per virtù d’Amore (da lui già dispregiato), di Dafne
onestissima pastorella rimase acceso di sorte che tornandogli inutili i prieghi,
risolse ad operarvi la forza per abbattere la virtù della castissima fanciulla
già consacrata a Diana. Sì che veduta un giorno l’amata ninfa che pascea
per avventura il suo gregge non lungi le sponde di Peneo fiume di Tessaglia,
si diede egli ad inseguirla per quelle selve, e la cacciò sì fortemente, che
fiaccata la verginella dal corso, implorò il soccorso degl’iddii, che mossi a
pietà la trasmutarono in alloro; questa favola fu già trattata da un eccellente
drammista de’ nostri tempi, e da lui intitolata Il pastor d’Anfriso, e basta leggere
l’avviso ch’egli vi premette a’ leggitori, per isciogliere quelle opposizioni
che da qualche scrupoloso far si potrebbero al presente drammetto, fatica
d’alcuni giorni. Per ora qui si avverte che in due passi quest’operetta si stacca
dalla favola, e questi sono, che Apollo qui discende dal cielo per amore di
Dafne, e Peneo di lei padre per dolore vien cangiato in un fiume. Là dove
Apollo divenne innamorato della ninfa doppo la vittoria riportata del pitone,
serpente famosissimo nelle campagne di Delfi, e questo era già fiume avanti
che Dafne in lauro si cangiasse. La qual variazione di tempo accidentale fu
sempre permessa, massime nella favola al poeta. Il resto del dramma è assai
piano: che perciò sarebbe superfluo il volerne esporre ogni punto.
ATTO PRIMO
Febo in carro trionfale, che discende dal
cielo accompagnato da varie stelle, fra
le quali sono i pianeti di Giove, Venere e
Mercurio, che fanno il coro, tacendo Febo.
Scena prima
(Febo, Giove, Venere, Mercurio)
Giove
La guerra si proscriva,
e ritorni gioliva
la pace col piacer.
Mercurio
Febo dal ciel si parte
per trionfar di Marte
e d’un bel core alter.
Venere
Dunque le selve e i prati
ridan di fiori ornati,
e stilli latte e mele
ogni seno crudele.
tutti e tre
Dunque le selve e i prati
ridan di fiori ornati,
e stilli latte e mele
ogni seno crudele.
Finite queste arie Febo discende dal suo
carro, che colle stelle sparisce, restando
un prato cinto di fiorite selve.
Febo
(con uno strale adorno di fiori)
Chi vide mai, chi vide
cosa più nova e strana,
fatto un gran nume abitator de’ boschi?
E chi udì mai, chi udìo
viver tra’ fonti senza core un petto?
Voi lo vedete, o lauri,
voi lo sentite, o fiori. Quel son io,
Sol fra le stelle, e tra le ninfe or Febo,
che dal cielo discendo
per ricovrare il cor che mi cadeo
ne’ begli occhi di Dafne alto trofeo.
O cara, dolce e bella,
bella verginità,
quanto sei forte!
Tu sola d’ogni stella
sormonti la beltà:
se traggi fino un dio,
qual son io,
in terra a sopportar dolor di morte.
Ma egli è tempo ch’io cerchi
la mia candida ninfa,
e che vincerla io tenti
or con doni, or con preghi, or con portenti.
Eccola appunto con Aminta il vago.
Egli fia ben che io mi nasconda e celi
fra le frondi ad udir i loro amori.
(Si nasconde)
Scena seconda
(Dafne, Aminta, Febo nascosto)
Dafne
Tu m’hai capito, Aminta. O taci, o parti.
Aminta
Ch’io non t’adori, ahimè, ch’io non ti parli?
Dafne
Abbastanza mi espressi.
Aminta
Ch’io non lodi lo strale
che m’ha piagato il core?
E ch’io non preghi Amore
che gli piaccia alleggiar il mio gran male?
Dafne
Oh quanto sei noioso!
Aminta
Ah pria che questo sia,
si disgombri in sospir l’anima mia.
A che pensi ora, ninfa?
Dafne
Penso alla tua quiete.
Aminta
Quando guerra mi fai?
Dafne
Bramo la tua salute.
Aminta
E cerchi la mia morte?
Dafne
Ed alla fine io voglio la mia pace.
Aminta
Ma abbi pietà di chi per te si sface.
Dafne
Schiava non son d’Amor
Febo
(Dafne si crede che li rispondi Aminta)
Ma tu incateni un cor
Dafne
che tutti accora.
Febo
che ognor ti adora.
Dafne
Vaga son di virtù,
Febo
Dunque non peccar più
Dafne
di castitade.
Febo
di crudeltade.
Dafne
E che peccar? che crudeltà? che sogni?
Aminta
Di che ti sdegni o ninfa?
Dafne
Abbastanza ti udii. Men vado. Addio.
(Mentre vuol partire vien trattenuta da Febo)
Scena terza
(Febo coi detti)
Febo
Ferma, Dafne, cor mio.
Dafne
E chi se’ tu?
Febo
Chi sono?
Dafne
Sì, chi sei?
Febo
Se de’ tuoi rai bado all’amate stelle,
io mi ricordo d’essere il tuo sole;
ma se bado al mio core,
sono, Dafne, il tuo misero pastore.
Dafne
Per quello che a me sembra, tu vaneggi.
Aminta
Ah! senza vaneggiar non si può amare.
Febo
Il ver tu dici, amico.
Dafne
Che strale è quel che porti?
Febo
Questo stral così adorno d’auree rose,
mentr’io pascea l’agnelle,
cadé di mano alla vermiglia Aurora.
S’egli ti piace, io te ne faccio un dono.
Dafne
Poiché viene dal ciel, gradir lo devo.
Aminta
(a parte)
Misero mio destino!
Febo
(dà a Dafne lo strale)
Or prendi, e sappi.
Tra’ vaghi fiori
scherzan gl’Amori,
e un core avvampa
fra l’onde e ’l gel.
Sotto un bel tiglio
la rosa e ’l giglio
l’ardor non scampa
d’un caldo ciel.
Dafne
Or dimmi. Donde vieni?
Febo
Da’ tuoi raggi
qui, dall’arcade cielo, fui rapito.
Dafne
(a parte)
Ohimè. Ora nel core
sento a serpere un tenero desire.
Aminta
(a parte)
Alfin doni son nodi.
Dunque vincono i doni un cor di smalto?
Anch’io vado a raccor di fiori un cesto.
Febo
A che muta ten stai, ninfa gentile?
Dafne
Assai parla chi tace quando deve.
Ma ecco il mio bon padre.
Scena quarta
(Dafne, Febo, Peneo)
Peneo
(a parte)
Dite bene, o stelle amanti,
la mia figlia co’ suoi vanti
sin al cielo s’ergerà.
Sì, col giglio verginale
fatto scudo, spada e strale
l’Amor basso vincerà.
Oh tu qui figlia mia!
Dafne
Qui dolce padre io sono.
Peneo
E chi è sì bel pastore?
Dafne
Arcade nacque.
Peneo
Il tuo nome qual è?
Febo
Febo mi chiamo,
e sono il Sol che gira
intorno alle divine alme pupille
di questa nova Clitia, che mi strugge.
Peneo
Io veggio ben dal tuo parlar che pieno
come il sole tu hai di foco il petto.
Febo
Il mio cor n’arde sì de’ vaghi raggi
di questa ninfa altera,
che scalda l’aure co’ sospiri ardenti,
e spesso turba i fonti
colle piogge amorose de’ suoi pianti.
Peneo
Oh follie singolari degli amanti.
Febo
Vado sì,
la notte e ’l dì,
sospirando,
lagrimando,
per quel volto tutto ameno.
E ’l mio mal
è sì fatal
che i martori
son ristori
del piagato mio bel seno.
Peneo
Che ne dici tu figlia?
Dafne
Ah padre mio!
Peneo
Lascia, lascia i sospir, lascia i rossori.
Dimmi pur che tu l’ami:
se talora è virtù l’aver chi brami.
Dafne
(a parte)
Doppo ch’io presi questo strale in dono,
sento ch’arde il mio cor d’un novo foco.
Peneo
Ma tu, che Sol ti dici,
come se’ tu sì fosco, o pastorello?
Febo
Sì fosco io son, perché il crudel d’Amore
co’ fumi de’ sospiri
che dal petto mi tragge, ognor mi adombra.
Ma se ’l mio core dal soave e caro
albergo del bel seno
a me ritorna, vincitor d’Amore,
fatto lucido e chiaro, qual mi fui,
a lampeggiare in ciel tu mi vedrai.
Peneo
Oh follie singolari degl’amanti!
Dafne
Orsù, prendi il tuo stral, pastor cortese.
(Restituisce lo strale a Febo)
Febo
Sì mobile tu sei, ninfa gentile?
Dafne
L’aura, l’onda, e ’l ciel si move,
né vi scema i suoi bei pregi,
anzi addoppia il suo valor.
Febo
Ma d’Amor chi si rimove
perde i vezzi, perde i fregi,
e si rende un vivo orror.
Scena quinta
(I detti e Aminta con un cestello coperto)
Aminta
Chiaro mio sol, se più ch’ora non lice
il mio amore risplende,
questo addivien, ch’io ti so amar senz’arte.
Dafne
Lascia, Aminta, le fole.
Aminta
E queste vaghe rose
che di mia mano ho colte
faranti fé delle mie belle fiamme.
Dafne
Dove son queste rose?
Aminta
Eccole, Dafne.
(Scopre il cestello e n’escono augelli. A parte)
O sacri dei che veggio?
Febo
Fiori no, ma augelletti ora tu vedi.
Peneo
Così burli le ninfe?
Dafne
O folle Aminta!
Aminta
Pastorelli, imparate oramai
le doppiezze e gl’inganni d’Amor.
Le sue gioie ripiene di guai
sono spine, e rassembrano fior.
Scena sesta
(Peneo, Dafne, Febo)
Peneo
Mentre ancora biancheggiano le rive
andiamo, o dolce figlia,
a tentare coll’amo
del nostro fiume il leggiadretto armento.
Dafne
Pronta, padre, ti sieguo. Addio pastore.
Febo
Così mi lasci, o Dafne?
Dafne
Così mi siegui, o Febo?
Febo
Dunque teco io verrò.
Dafne
Questo non lice.
Febo
E dove vai per rendermi infelice?
Dafne
Vado al fiume
col bel lume
de’ mie’ casti almi pensier.
E nell’onda
più profonda
scuoterò,
spegnerò,
amor cieco, acerbo e fier.
Febo
Ahi barbara fanciulla!
A che brami altre prede del mio core?
Ma vanne, che nell’onde da qui a poco
saprà seguirti ancora il mio bel foco.
Se una volta Cupido n’accende,
ci si rende
la sua fiamma ne’ cori immortal.
È sì dolce la ria sua catena,
che ci mena,
che ci tragge a seguire ogni mal.
Siegue il ballo e termina l’atto primo
ATTO SECONDO
Fiume con piaggia adorna di vari alberi.
Scena prima
Febo
O verdi, dolci e care
rive, nido d’amor fiorito e vago,
fra voi rivedrò pure
que’ begli occhi celesti ov’è dipinta
la fine di mia doglia!
Rivedrò pur quel crine
che il cor mi tien di mille nodi ardenti.
Sì, rivedrò alla fin la lattea bocca
onde stilla soave la mia vita.
(Canta un rosignuolo)
Frattanto io m’assido
su queste sponde erbose,
e temprando il mio pianto
di te, caro usignuol, col mesto canto,
respirerò tra il foco aure amorose.
Augelletti,
zefiretti,
siate a parte di mie pene.
Ite,
dite
le mie piaghe
alle vaghe
liete luci del mio bene.
Ahimè che la mia fiamma
per aura di sospiri non si attempra.
(Sentendo sonare un flauto si leva per
vedere chi sia)
Ma chi sona di flauto
fra quelle amorosette e vaghe pioppe?
Scena seconda
(Febo, Aminta che sona il flauto)
Febo
Sei tu, gentil pastore?
Sei tu, dissi, leggiadro e vago Aminta?
Ma tu pur soni, e non rispondi a Febo?
Aminta
Che risponder poss’io,
misero esempio de’ fedeli amanti?
Febo
Dafne alfin piegherassi
Aminta e Febo (a due)
alle tue voglie,
Febo
per rendere immortali
Aminta e Febo (a due)
le mie doglie.
Febo
Venga dunque la bella.
Aminta
Venga pur la spietata.
Febo
Ad illustrar de’ suoi begli occhi i cori.
Aminta
A destar col bel piede erbette e fiori.
Febo
Onde rida alla fine chi ora piange.
Aminta
Anzi mora ben tosto chi ora langue.
Tanti raggi bell’Iri non ha
quanti strali tien l’arco d’Amor,
né tant’onde gran mare non fa
quante pene a me pungono il cor.
Febo
Or t’acqueta, pastor, che vien colei
che col bel viso a te l’anima punge,
e che fa colla dolce sua favella
la fiamma del mio cor sempre più bella.
Aminta
A te, felice Febo,
sorride Amor, che ver me rugge e freme.
(Vuol partire)
Febo
E dove corri, Aminta?
Aminta
Fuggo la forza di quegli occhi ardenti
che ponno incenerir le rive e i fiori.
Febo
Aspetta un po’, che teco io mi ritiro.
Aminta
Tu che di me sei più fiorito e forte,
resta lieto a provare la tua sorte.
Febo
All’ardor
dolce del sol
ogni fior
lieto risplende.
Così un cor
perde ’l suo duol
quando Amor
dolce l’accende.
Scena terza
Dafne (con una canna peschereccia in mano)
Dafne
Or dammi pace, o folle mio pensiere!
Qui non fiorisce Amore,
se bene tutta adorna
ride di liete spoglie questa piaggia.
Qui non si trova, dissi,
quel pargoletto insano
che ne’ suoi pianti accende
de’ pastori i desiri,
e che volge le gioie in gran martiri.
Viva pure l’allegra e dolce pesca
che rende sciolto il cor mentre l’adesca.
Fa ogni sforzo l’augellino
per tornare in libertà,
e ’l mio cor, ch’ha un bel destino,
la prigion non fuggirà?
Scena quarta
(Dafne, Febo e Aminta)
Febo
Ninfa, t’inganni.
Dafne
(a parte)
O ciel!
Aminta
T’inganni, o Dafne!
Dafne
Dunque per queste piagge
riposo alcun non averà il mio core?
Febo
Bella, di che ti lagni
se con nodi di foco
ti traggi dietro l’anima di Febo?
Aminta
Di che ti duoli, o cara,
se la mia libertà mi rendi amara?
Dafne
Oh come ben diss’io,
che l’amorosa face
arde al core ogni pace.
Febo
Ma tu, limpido fiume,
perché ten vai sì ratto?
Aminta
Perché non t’ergi delle sponde a paro?
Febo
Congela le tue onde.
Aminta
Esci a mirar sì novo altero volto.
Febo
E servi di cristallo al vivo lume
Aminta
Che rasserena i poggi con le rive.
Luci belle,
dolci stelle,
per voi ardo
dentro al cor!
Date pace,
se vi piace,
con un guardo
al mio dolor.
Dafne
Pastori, se vi è caro
lo splendor delle stelle,
quando scende la notte voi poggiate
su’ monti a vagheggiarle in ciel serene.
Febo
Dafne, come le rose hanno pe’ boschi
grazia ed odor da’ dolci fiati tuoi,
così le stelle pe’ celesti campi
hanno splendor e brio da’ tuoi be’ raggi.
Dafne
Pastore, il tuo adular non vammi a core.
Febo
Il vero io dico; e se tu a me non credi,
credilo a questo seno
che tutto avvampa e stride del tuo foco.
Dafne
Bevi dunque oramai di questo fiume,
e smorza a poco a poco
il fiero ardor anzi che ti consume.
Febo
Accresce l’onda il foco
che d’un bel viso
di Paradiso
scende l’anima a stemprar.
D’amor la viva fiamma
co’ rai cocenti,
lieti, ridenti
del mio ben si può temprar.
Dafne
Orsù, partite omai, se voi mi amate.
Aminta
Parto, bella crudele,
ma teco resta il cor che per te more.
Febo
Ed io caldo d’amore
da te lungi men vado a ber del fiele.
Scena quinta
(Dafne, Peneo con una nassa da pescatore)
Dafne
Così tardi tu giungi, o padre mio?
Peneo
Io mi rattenni ad acconciar la nassa.
Dafne
Non si perda più tempo.
Peneo
Col peschereccio calamo tu, figlia,
tenta i pesci minuti, ed io con questi
vinchi tessuti insidierò i più grossi.
Dafne
Farò ciò che m’imponi,
e tu lieto l’insidie orna e componi.
Peneo
Pescatore bon non è
chi non sa
di sue pene aver mercé.
L’onda geme,
l’aria freme,
né la spene toglie a me.
Dafne
O chiara e dolce stella
che già solcasti le campagne ondose,
arridi all’amo mio
perché co’ pesci ancida l’Amor rio.
(Cala la canna nel fiume)
Peneo
E tu, fiume vezzoso,
che candido ten vai di molle neve,
nella mia nassa or mena
tanta preda che vaglia la mia pena.
(Mette nel fiume la nassa)
Dafne
Taci, padre, che un pesce tenta l’amo.
Peneo
Non vedi tu come la lenza ei scuota?
Alza, figlia, la canna.
(Dafne alza la canna ed invece d’un pesce vi trova attaccato un piccolo sole)
O sacri dei, che veggio!
Peneo
O gran portento!
Dafne
Un pesce adesco, e un piccol sole io prendo?
Peneo
E ben lucido ancora.
Dafne
O strano caso!
Peneo
Or vo’ vedere anch’io
se le stelle nuotar nel seno mio.
(Va per alzare la nassa, e questa si risolve in odorose fiamme)
Ahimè lasso, che scorgo? In mezzo all’acque
la mia nassa si scioglie in dolci fiamme?
Dafne
Egli è mestieri, o padre,
che questo puro fiume
sia ripieno di numi. Onde gettando
(Getta la canna nel fiume)
la mia canna nell’onde,
vo’ raccormi a cacciare infra le fronde.
Peneo
Bene t’accorgi, o saggia figlia mia,
se cacciando si scaccia Amor dal petto.
Dafne
Si vada dunque o padre, e si disperi
chi turba co’ sospiri i miei pensieri.
Dafne
Al chiuso,
Peneo
all’aprico
Dafne
si batta
Peneo
chi vuole
Dafne e Peneo
turbar del mio/tuo sole
l’amato sereno.
Peneo
Si osti al nemico,
Dafne
d’Amore si rida,
Peneo
d’Amore che snida
Dafne e Peneo
la pace dal seno.
(Comparisce Febo sull’altra sponda del fiume)
Scena sesta
(I detti e Febo)
Febo
Faceste liete prede, anime belle?
Peneo
Figlio, in quest’onde scesero le stelle.
Febo
Forza de’ tuoi be’ raggi, o vaga ninfa.
Dafne
Mercé de’ tuoi ardori, o pastor vago,
per cui convien che l’acque
imparino a risolversi in faville.
Febo
E se ciò credi, perché non mi aiuti?
Dafne
Egli è d’uopo che prima
ardano le fresch’aure a’ tuoi sospiri,
come il tuo core al foco de’ desiri.
Peneo
Così convien che un puro cor si esprima.
Febo
Anche beffarmi, o cruda?
Misera vita mia! Fato perverso!
Ma vanne, o fiera ninfa,
piena di quell’orgoglio che m’ancide,
che non ti lascerò fino ch’io vivo.
Verrò teco pe’ boschi,
spargendo amari accenti,
verrò tracciando gli amorosi toschi
al flebil suon de’ gravi miei lamenti.
Vivere voglio amante,
e vivere fedel
sin’alla morte.
Talché sempre costante
languir tu mi vedrai
per quegli amati rai,
ad onta di crudel,
nemica sorte.
siegue il ballo e termina l’atto secondo
ATTO TERZO
Parco con monte in lontananza.
Scena prima
(Dafne e Peneo con cacciatori)
Dafne
La selva risuoni
de’ nostri contenti,
all’arco si doni
ogni lieto pensier,
e gli animi adorni
di brame lucenti
risveglino i corni
destando il piacer.
Peneo
Ite dunque, o valenti cacciatori.
Dafne
Ite tessendo le frondose selve.
Peneo
Ite svegliando l’oziose belve.
Dafne
E fate sì che dalla caccia n’esca
maggior piacer di quello
che ci stillò la pesca.
Peneo
Umile venticello
che l’erbe movi ed affatichi i cani,
resta di sospirar per la tua Clori.
Dafne
Ma voi, aure soavi,
ergete i molli voli a par de’ faggi,
e temprate del sole i caldi raggi.
Peneo
Or si cominci la bramata caccia,
che mentre Amore stride
fra queste amene piante, il tutto ride.
Non sa che sia
dolcezza nova
chi ben non prova
l’arco, lo stral.
Cacciando gode
l’animo prode,
e sgombra via
dal core il mal.
Scena seconda
(Febo e Aminta)
Febo
Non caccia al bosco, o fiede
la cacciatrice mia candide dame,
ma i pensier miei conquide,
ma le mie voglie ancide.
Aminta
Non l’Olimpo costei,
ma del Caucaso l’orride rupi
produssero, a sbranar gli amori miei.
Febo
Né tra l’agnelle di Peneo ella crebbe,
ma tra le caspie tigri il tosco bebbe.
(Febo pensoso si dà a riguardare i fiori)
Aminta
Ora che fai tu Febo?
Febo
Adoro in questi gigli quel bel volto.
Aminta
Senza spene d’averne un dolce raggio?
Febo
Chi ben ama non cerca altro vantaggio.
Aminta
L’amar senza speranza
è cosa da morir di puro stento.
È bella la costanza,
ma se non spera il cor
si fa pazzo rigor,
si fa tormento.
Febo
Insomma la mia Dafne
qual aquila si pasca del mio core,
e qual nibbio, e qual angue
si cibi del mio sangue,
sempre vivo per lei sarà il mio amore.
Aminta
E in ciò sei fermo?
Febo
Sì.
Aminta
Né cangerai?
Febo
No.
Aminta
Deh pensa, pastor.
Febo
Più che ci penso,
più nell’amar chi m’odia mi condenso.
Aminta
Senza frutto alla fin vaneggerai.
Febo
Chi folleggia in amor, saggio diviene.
Ma tu, Dafne spietata,
ascolta alfin le pene
di chi brama di renderti beata.
Infra gli affanni
del mondo angusto
nulla è più giusto
d’un amoroso dolce piacer.
Colgano gli anni
sempre novelle
l’anime belle,
che ben godendo fanno goder.
Scena terza
(Dafne e Aminta)
Dafne
Invan mi siegui, Aminta, invan mi siegui.
Aminta
Dunque non è possibile che stilli
dal gelato tuo cor dolce pietade?
Dafne
Saran prima le rose senza spine.
Aminta
Dunque non vuoi beare le mie brame?
Dafne
Saran prima le stelle senza fiamme.
Aminta
Sicché sprezzo farai dell’amor mio?
Dafne
Sinché ornerà le sfere il biondo dio.
Aminta
E in questa crudeltà starai costante?
Dafne
Sinché il verde ameranno l’alme piante.
Aminta
Orsù, pastori miei,
rapite alfin costei.
Dafne
Ohimè son persa!
(Mentre i pastori d’Aminta vogliono prender Dafne, al comparir di Febo si mutano con Aminta in piante)
Scena quarta
(Febo e Dafne)
Febo
Non temer, bella ninfa, ché son mirti
questi, che a te rassembrano pastori.
Dafne
O stelle, che vegg’io!
Febo
Tu vedi la virtù dell’idol mio.
Ma guarda, o bella, ancora
l’infinito dolor di chi t’adora.
Pupille mie adorate,
piagato io porto il cor
dal vostro dolce ardor
che i marmi incende.
A voi, stelle beate,
a voi chiedo pietà,
a voi che la beltà
divine rende.
Dafne
Che pietà da me chiedi?
Febo
Quella che ne’ soavi tuoi begli occhi
scrive a lettere d’oro Amor gentile.
Dafne
Febo, io ti ripeto…
Febo
E cosa mai?
Dafne
Che senza frutto ognor sospirerai.
Febo
Così paghi, crudele, il mio servire?
Dafne
Di vivere donzella è il mio desire.
Febo
Non odiare almen chi tanto t’ama.
Dafne
Di morire donzella è la mia brama.
La bella rosa
ride vezzosa
sul fresco stelo
che onor le fa.
Ma se dal telo
del sol si fiede,
languendo siede
senza beltà.
Febo
Or che più attendi, o Febo?
Non vedi tu ch’ella ne’ suoi rigori
è ferma sì, che sdegna
di rimirarti, e cruda ti contende
che, mentre il cor t’ancide co’ suoi lampi,
ne’ suoi raggi il tuo spirto viva e avvampi?
A che dunque t’appigli?
Si seguano d’Aminta i bei consigli.
Per domar
d’una donna l’orgoglio,
sospirar
tutto il dì non si dè,
se qual scoglio
s’indura la fiera,
ed altera
disprezza la fé.
Scena quinta
(Peneo e Dafne)
Dafne
Né pure un augellino
per queste selve io vedo.
(Si sente sonare un corno da cacciatore)
Peneo
Taci, figlia, ch’io sento
sonar da lungi il corno di Licisco.
Dafne
Ed ecco appunto, o padre,
ch’or traversa la valle un vago cervo.
Peneo
Non ti diss’io ch’al tramontar del sole
per prati tu vedrai liete carole?
Or tu qui resta, o Dafne,
ch'io fra que' densi abeti
ad appostar men vado i cervi lieti.
Scena sesta
(Dafne, Febo, indi Peneo)
Dafne
Vezzosetti arbusti,
tanto piacer dal vostro dolce verde
nel mio core discende,
ch’ogni memoria ei perde
del mal passato, e sol di voi si accende.
Talché d’Amor mi rido,
d’Amore, in cui…
(Qui sopravenendo Febo la prende per lo cinto)
Febo
Mi fido.
Dafne
O dei!
Febo
Non è più tempo di schernirmi.
Dafne
Così cogli le ninfe?
Febo
Non merita riguardo
chi altrui non degna d’un sol dolce guardo.
Dafne
Sommo nume, che reggi
con pietoso pensier le stelle e il mondo,
odi i miei voti, ed opra che giocondo
il mio virgineo fior sempre verdeggi.
(Si cangia in lauro)
Febo
Misero me, che miro!
Peneo
Ahimè lasso, che vedo!
Dafne
Lieta cangiomi in alloro
ch’ognor verde durerà
per serbare il bel tesoro
della mia virginità.
Peneo
A che più vivi, o misero Peneo,
a che più miri ad occhi asciutti gli ori
del dolce crin cangiati in verdi chiome?
Deh, benigno motor dell’auree sfere,
fa’ che conversa sia
in lagrime perpetue l’alma mia.
Stillato in pianto
viver non so,
con dolce canto
morendo io vo.
O sommo nume,
chi tanto può?
Mi volgo in fiume,
d’acqua mi fo.
(Si converte in un fiume)
Scena ultima
Febo
Portenti a me novi!
Di me si ride insin l’eterno Giove.
Or ch’è seccato il fiore di mia spene,
lascio le selve amene
e fo ritorno al cielo, onde Amor move.
Ritorno alla celeste mia magione
da cui verrà ch’io versi
in ogni tempo de’ bei raggi d’oro
su questo dolce alloro.
Ritorno, dissi, al cielo, ed ivi giunto
canterò, gran Francesco,
colle stelle beate i tuoi gran vanti.
Porterò il tuo bel nome
coronato di raggi all’Indo, al Moro,
e farò che nel sacro e bel tesoro
delle Muse e d’Amor, candido e vero,
contro il tempo e l’obblio si serbi intero.
Tu nel mentre felice vivi e regna,
ché d’ogni allor la tua virtude è degna.
Comparisce di novo il carro stellato coi pianeti Giove, Venere e Mercurio.
Giove
Son piene di gelo
Venere
le valli del mondo,
Mercurio
né v’han di giocondo
a tre
che il sol vaneggiar.
Giove
Tu lucido in cielo,
Venere
vezzoso mio Apollo,
Mercurio
d’amore satollo
a tre
ritorna a fiammar.
Febo
Amore m’ingannò,
e sol dolor fu il pro
del mio lungo sospirar.
tutti
Son piene di gelo
le valli del mondo,
né v’han di giocondo
che il sol vaneggiar.
fine
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Ultimo aggiornamento 1 giugno 2025