Arminio
Dramma per musica in tre atti
Testo del libretto
ATTO PRIMO
Scena prima
Campagna vicina al Reno, all'intorno Accampamento de' Romani; sopra il fiume
gran Ponte praticabile; dall'altra parte del fiume diverse Collinette, sopra delle
quali si vede il Campo d'Arrninio occupato da' Romani con Tende roversciate, ed il
tutto posto a sacco dal Vincitore. Soldati di Varo, e di Segeste con Spoglie, Insegne
conquistate, Prigioni ecc.
Varo, e Segeste cen la Spada d'Arminio.
Segeste
Ecco d'Arrninio il brando,
E seco io ti presento
Della Germania il soggiogato Impero.
Varo
Segeste? Oh Dei, che sento!
Segeste
Sen gìa torbido, e fiero
A raccor di sue genti
Il fuggitivo avanzo, e desolato:
Quando da me incontrato
Lungi il Visurgo, alla comparsa mìa,
Il piede alle catene
Tentò sottrar con volontaria morte,
Ma da' miei circondato, e trattenuto
Da Tusnelda mia figlia, e sua Consorte,
Dopo brievi difese
Vergognoso, e fremente al fin si rese.
Varo
Segeste, non andrà senza mercede
Il tuo zel, la tua fede; e i merti tuoi
Il sempre grande Augusto
Premiar saprà.
Segeste
Ecco il superbo a noi.
Varo
(E seco ancor vegg'io
L'oggetto del mio cor, l'Idolo mio.)
Scena seconda
Arminio incatenato, e Tusnelda in mezzo a' Soldati dì Segeste, che vengano dal Ponte, e detti.
Arminio
Varo, vincesti, e oppresso
De' Cauci, e de' Cherusci il vasto Impero
Più dalla fellonia, che dal valore,
Fù condotto a pugnar contro se stesso.
Gravide di rossore
China a terra, Segeste, ormai le ciglia;
Quest'é la Patria tua, quest'é tua figlia,
Questo è il Genero tuo, dalle tue trame
Soggiogati, avviliti
Principe traditore, e Padre infame.
Segeste
E t'odo, e ancor ti soffro? ah, non sia vero,
Saprà questo mio brando. . .
(Segeste in atto di volere assalire colla Spada Arminio. Tusnelda, lo trattiene.)
Tusnelda
Padre, Sposo, pietà,
Pietà di questo mio povero core.
A così fieri accenti
Con più strali pungenti
Mel trafiggono in seno il sangue, e amore.
Varo
(Divien bello in quel volto anco il dolore.)
Tusnelda
(a Segeste.)
Arminio é tuo nemico,
Ma ti sovvenga, oh Dio! ch'egli é mio Sposo.
Segeste
Eh, vanne; io non t'ascolto.
Tusnelda
(ad Arminio.)
E' ribelle Segeste,
Ma ti ricorda, oh Dio! ch'egli é mio Padre
Arminio
Nò, che figlia non sei d'un'empio, e vile.
Tusnelda
Ahi; questi oltraggi, e queste
Voci di vostra lingua ingiuriosa
Troppo acerbe ferite
Sono al cor d'una figlia, e d'una Sposa.
Varo
(Tra le lagrime sue quanto é vezzosa?)
Tusnelda
Sposa io sono, e sono figlia,
Doppio affetto mi consiglia;
Caro Padre, amato Sposo,
Chi lasciare, oh Dio! non sò.
Ora il sangue, ed or l'amore
Scaglia in me sì rio dolore,
Che per dolce mio riposo
Morte sol chiedendo io vò.
Sposa ecc.
(Tusnela, parte accompagnata da' Soldati di Segeste.)
Scena terza
Segeste, Armìnio, Varo, e Soldati.
Segeste
Arminio, al tuo furore,
All'indomito core
Un tanto ardir condono.
Sia frode, ò sia valore,
Sei prigionier d'Augusto,
E la fé, ch' io giurai. . .
Arminio
Taci, spergiuro,
Come parli di fé, se fé non hai?
Fra l'indegne ritorte,
Che mi ponesti al piede,
Parlo ancor da Sovrano,
Sprezzo Varo, ed Augusto, e Roma, e il Fato.
Fù coll'acciaro in mano
Sei più schiavo di me; che incatenato
Senza onor, senza fede
Tù porti il genio, e l'alma; io solo il piede.
Segeste
Contro la tua catena
Latra mastin rabbioso,
Ma sempre in servitù vile, e nojoso.
Arminio
Armìnio, alla tua sorte
Devi i lamenti, e al tuo feroce orgoglio.
Arminio
Varo, io nacqui Germano,
Né v'à legge, ò ragione,
Che mi soggetti al Cesare Romano.
La libertà, la Patria, il sangue, i Numi,
Gli amici, i riti, aver graditi, e cari,
Tributi ingiusti, e avari
Negare a Roma, questa è fellonia?
Turbar la nostra pace,
Chiedere omaggio, e servitù coll'armi,
Chiamasi questo amore, ò tirannia?
Ah, pria, che Armìnio pieghi
La fronte al Latin soglio, e che rìnieghi
E Patria, e sangue, e Dei,
Tronca de giorni miei l'ore moleste,
E basti alla Germania un sol Segeste.
Se al piede le ritorte
Sorte
Crudel mi diè,
Oppresso ancor non è
Il mio gran core.
Da questi
Lacci infesti
Sgridare ognor saprà
Contro la sua viltà
Il mio valore.
Se ecc.
(Parte Arminto tra Soldati di Varo, e di Segeste.)
Scena quarta
Varo, Segeste, e Soldati.
Varo
Segeste, alla tua fede, alla tua cura
Il prigionier commetto.
Segeste
Chiuso tra l'alte mura
Starà del mio Castello.
Del feroce rubello
Convien fiaccare il temerario orgoglio;
Che aver non può, mentre, che vive Armìnio,
Pace colla Germania il Campidoglio.
Varo
Dunque colla sua morte . . .
Segeste
Giura Segeste al Cesare Romano,
Che in questo giorno avrà fine la guerra;
Che s'oggi non atterra
Arminio la cervice
A ricever da Roma e legge, e pace,
L'ardire contumace
Con quella testa altiera,
Io troncherò della Germania intiera.
(parte accompagnato da' suoi Soldati Germani.)
Scena quinta
Varo.
Varo
Astri più luminosi
Io non vidi già mai
Di quei vezzosi rai,
Che scintillano in fronte
A Tusnelda gentil, benchè nemica.
E dell'altrui ruina
Una segreta gioja
A dispetto del cor sento nel core;
Ah, con vane speranze
Forse il mio seno ora lusinga Amore.
Se credo alla speme,
Che inonda il mio core,
La calma in amore
Sperare potrò.
Ma l'alma, che teme,
Sperando si sface,
E in tanto la pace
Trovare non sò.
Se credo ecc.
Scena sesta
Portico ornato con diverse Statue di Bronzo, e trofei militari, nel Castello di Segeste.
Ramise, e Sigismondo.
Sigismondo
Bella Ramise, oh Dio! un sogno é stato,
E per un sogno vano
Tu vuoi lasciarmi?
Ramise
Arminio è mio Germano.
Tra spaventose larve
Nella passata notte
Ahi, mirarlo mi parve
Cinto di ferro il piede, e gir gridando,
Ramise, io moro, e tù riposi? a questi
Orridi avvisi, or tù vorrai, ch'io resti?
Scena settima
Tusnelda fra Soldati, e detti.
Tusnelda
Ramise, oh Dio! . . .
Ramise
Quali infelici avvisi
Ti leggo in volto?
Tusnelda
Arminio è prigioniero.
Ramise
Misera fui presaga. E gli infelici
Quando sognano il mal, sognano il vero.
Sigismondo
Germana, ohimè, che dici?
E del Campo Romano
Prigioniero restò?
Ramise
Diletto Arminio,
Chi più t'ami di noi, ora vedrai,
O la tua Sposa, ò la Sorella.
Tusnelda
Ferma;
Sigismondo
E che speri?
Tusnelda
Ove vai?
Ramise
A darti esempio raro
D'amor, di fedeltà; vittima anch'io
Vado a sagrifìcarmi a Roma, e a Varo.
Tusnelda
Ramise, questo core
Nelle finezze d'un pudico amore
Non hà bisogno dell'esempio tuo,
Qui, qui attendo lo Sposo;
In queste mura, in queste
Prigionier lo conduce . . .
Ramise
E chi?
Tusnelda
Segeste.
Sigismondo
Che sento? il Genitore?
Ramise
E con lacci di fede,
Figlio del Traditore
Pretendi . . .
Tusnelda
Eccolo, hai Sposo!
Ramise
Ahi mio Germano
Qual tù riedi a Ramise?
(piangono.)
Scena ottava
Arminio incatenato, e frà le guardie, e detti.
Arminio
Riedo quale mi rese
Fiero destino, e il perfido Segeste.
Sù le ritorte infeste
Del già caduto Impero,
Non sù le mie tutto spargete il pianto.
Giorno, ahi! troppo funesto,
Che involi a noi di libertade il vanto.
Sigismondo
(Rimprovero, che giusto
Mi giunge al cor.)
Tusnelda
In vano
Mio ben, la destra, e il petto
L'una armasti del brando,
E l'altro di valore;
Col destino Romano
Il Germanico Marte oggi contrasta,
E per opporsi al fato,
Caro mio Sposo, il tuo gran cor non basta.
Arminio
Basta almen per morire,
Pria di mirare il Reno
Tributario del Tebro.
Fino all'ultima stella
Versi del sangue mio il ferro ostile.
E non si veda Arminio
In alcun tempo ò traditore, ò vile.
Ramise
Dispor della tua vita
Non puoi, senza tradire
La salute comun; nel tuo morire
La patria libertà perde ogni speme.
Arminio
Già meco oppressa geme
Sotto il giogo Latin; lascia, ch'io mora,
E mostri a Roma, e al Mondo,
Che i suoi Catoni hà la Germania ancora.
M'ingombrano all'intorno
In vano armi, e catene. All'Uom, ch'é forte
Non può mancar, quando desia la morte.
Tusnelda
E seco anch'io morrò.
Ramise
E al par di voi
Avrò virtude anch'io
Costante di seguir sì bel desio.
Sigismondo
Ramise, oh Dio!
Ramise
Lungi sì fiero oggetto,
Che ogn'ora a me dinanti
Presenta il duol comune, e i nostri pianti.
Arminio
Sigismondo, se puoi,
Fissa in me le pupille,
E quale un tempo fui, e quale or sono
Mirami: il tutto é dono
Del tuo sì prode Genitor fedele.
Sigismondo
Nei delitti del Padre
Qual colpa hà il figlio?
Arminio
A tè, qual sei, non chiedo.
Ahi, che pur troppo io sò qual sia Segeste.
Sposa, Germana, io parto; e forse questo
E' l'estremo, e funesto
Momento, ch'io vi miro;
Se cade Arminio esangue,
Con eguale valore
Almeno in voi viva d'Arminio il core.
Care, vi lascio, addio;
Io più non vi vedrò;
Ah, che a dolor sì rio
Resistere non può
La mia costanza.
Già seppe dal mio cor
Rapire un traditor
Ogni speranza.
Care ecc.
Scena nona
Tusnelda, Ramise, Sigismondo, e Guardie.
Ramise
(a Sigismondo.)
E il barbaro tuo Padre
Mentre ad Arminio annoda
Di rie catene, il piede,
Tù con lacci di fede
Figlio del Traditore
Stringer pretendi di Ramise il core?
Sigismondo
Deh, placa i sdegni tuoi . . .
Ramise
E che? potresti,
Folle, e audace, che sei
Erger la speme sù gli affetti miei?
Sigismondo
Ascolta . . .
Ramise
Il saugue mio
Parla per ora, e questo solo ascolto.
(in atto di partire.)
Tusnelda
Ferma, Ramise, è sciolto
Da due cori in più fonti il nostro duolo,
Tu il Germano, io lo Sposo
Piangiamo insieme, e in lagrimoso umore . . .
Ramise
Chiede sangue, e non pianto il mio dolore.
Non scioglie un nobil core
In pianto il suo dolore,
Ma pien di speme, e d'ira
Alla vendetta aspira,
Strage tramando và.
E invitto sempre, e forte
O' vendicarsi, ò morte
Per suo piacer' egli hà.
Non ecc.
Scena decima
Tusnelda, Sigismondo, e Guardie.
Sigismondo
Ohimè! parte Ramise, e seco parte
L'anima mia; cara Germana, oh Dio!
Deh, soccorri pietosa. . .
Tusnelda
Ah, Sigismondo
Compatisco il tuo cor, tù pensa al mio,
Che se non manca, e langue,
E' sol per tirannia del mio dolore;
S'armano a' danni miei amore, e sangue,
E lo sposo tradito, e 'l Genitore.
Trà le nemiche Squadre
Miro servo il Consorte,
Odio le sue ritorte,
Né posso odiar l'Autor, perché m'è Padre.
Sigismondo
E così mi conforti?
Tusnelda
I tuoi delirj
Confronta col mio duol, quindi consola
Il tuo vano dolor ne' miei martirj.
Ogni speranza
Da me s'invola,
E afflitta, e sola
La mia costanza
Mancando và.
In sì crudele
Mortal periglio
Un cor fedele
Non hà consiglio
Pace non hà.
Ogni ecc.
(Tusnelda parte fra le guardie.)
Scena undicesima
Sigismondo, poi Segeste.
Sigismondo
Crudel Tusnelda, oh Dio! cosl mi lasci?
Con nome di deliro
Chiami il fiero martir, che m'addolora?
E pure amasti, anzi, e pur' ami ancora.
Segeste
Figlio.
Sigismondo
Padre, e Signor.
Segeste
La mia fortuna
Oggi cangia l'aspetto, a té conviene
Cangiar geni, e pensiero.
Sigismondo
Misero, e che sarà?
Segeste
Sai, che al Romano Impero
Poscia, ch'io consagrai l'armi, e la fede,
Augusto in ricompensa
La dignità di Cittadin mi diede;
E a fortune maggiori,
A più sublimi onori
Inalzò le speranze a'miei desiri.
Sigismondo
Ma lo scettro de' Catti,
Dimmi, forse é più vile
Dell'alto grado, a cui, Signore, aspiri?
Segeste
D'un popolo incostante, e vagabondo
Reggere il dubbio freno,
Sulle sponde del Reno
Aver per Reggia un'orrida foresta,
Questo é regnare? Or senti: in questo giorno
Per opra mia termine avrà la guerra
E la Germania doma
Tributaria di Roma
Prepara alla mia mano, alla tua chioma
Scettro, e Corona di più gran valore;
Ma uno sforzo vogl'io dal tuo gran core.
Sigismondo
Tempra si dura, e forte
Riceverà dal tuo Sovrano impero,
Che saprà, se il vorrai, sfidar la morte.
Segeste
Tanto non chiedo.
Sigismondo
Imponi,
Tutto per tè farò.
Segeste
Mentre, che Marte
L'esito della guerra in ciel sospese,
A me fu ben palese
L'amor tuo per Ramise, e sì mi piacque,
Che il nudrj colla speme
D'un felice Imeneo: oggi, che geme
Arminio fra catene, e si compiacque
D'arrider la vittoria ai Campidoglio,
Figlio, comando, e voglio,
Che a più sublime sfera alzi il desio,
E l'amor di Ramise
Estingua nel tuo petto
Il tuo rispetto, ed il comando mio.
Sigismondo
E questo è men, che morte? Imponi, o Padre,
Che a mille armate Squadre
Solo io m'opponga, e dai mio brando solo
Sfidi eserciti intieri,
E d'estinti guerrieri io cuopra il suolo.
Tutto potranno in me
Dover, rispetto, obedienza, e fé,
Ma che dell'amor mio. . .
Segeste
Virtù robusta
Unita alla ragione, e al mio comando,
Puote in brievi momenti
D'un'imbelle Cupido
Smorzar gli ardori.
Sigismondo
Almen, Padre, consenti,
Che senza più sperar Ramise adori.
Segeste
Ah, folle cor rubelle,
Così dunque disprezzi . . .
Sigismondo
Oh Dio! Signore
In che t'offese il mio pudico Amore?
Segeste
A tè saper non lice
Gli alti disegni miei. Non più contrasti:
S'estingua questo foco,
Il Padre lo comanda, e tanto basti.
Sigismondo
Nacque per ordin tuo.
Segeste
Per ordin mìo,
Ancor s'estinguerà.
Sigismondo
S'estingua? Oh Dio!
Ma se ciò brami, omai prendi, o Signore,
Prendi l'acciaro, e con più giusta mano
Squarciami il seno, e di qua svelli il core,
Segeste
Squarciami il seno, e di qua svelli il core?
Ah vile! ah effeminato! ah traditore!
E queste dunque, e queste
Son le massime indegne
D'mn Figlio di Segeste? osserva ingrato
Quanto sangue, e sudore
Io spargo ogn'or per sublimar tuo stato,
E tù folle amatore
D'un volto femminil, sprezzi tua sorte,
E di femina vile
Pria, che lasciar l'amor, chiedi la morte?
O svenato nel tuo petto
Vole il Padre un vano affetto,
O' d'un'empio figlio ingrato
Tutto il sangue verserà.
Morte chiedi, e morte avrai,
Né sperare in me potrai
O' rimorso, ò pur pietà.
O' svenato ecc.
Scena dodicesima
Sigismondo.
Sigismondo
Ah Padre, e qual s'accende
Ingiusto sdegno in tè contro il mio amore?
Sai, che amare è destino, e non dipende
L'amare, e 'l non amar dal nostro core.
Posso morir, ma vivere,
Vivere,e non amare
E non amare, oh Dio!
Il bell'Idolo mio
Non posso nò.
Se Amor dà vita all'anima,
Trarmi dal seno Amore,
Senza involarmi il core
Nò, non si può.
Posso ecc.
Segue Ballo ecc.
Il fine dell'Atto Primo.
ATTO SECONDO
Scena prima
Gabinetto con Sedie.
Segeste.
Segeste
Già alla morte d'Arminio
Cospira a un tempo stesso invldia, e sdegno,
Ragion di Stato, e gelosia di Regno.
Ma se sia ver, che di Tusnelda amante
Varo fù pria d'Arminio, e ne sospira;
Qual s'accresce ragione a sua caduta,
Che più bramar poss'io.
Scena seconda
Varo, e detto.
Varo
Signore in questo foglio
Leggi, e comprendi omai
Di Cesare il voler.
Segeste
Sempre adorai
Gli augusti cenni.
(legge.)
"Varo
Grate mi sono al sommo
L'opre tue per cui sia
Soggetta la Germania alla mia fede.
Si perda Arminio; estinto
Questo capo dell'Idra, abbiamo vìnto
Augusto."
Io ben prevenni
Di Cesare il comando, e in questo giorno.
Varo
Sai, che al Castello intorno
Segimero suo Duce
Raccolti i fuggitivi, a noi richiede
La libertà d'Arminio.
Segeste
In tanto vada
L'esercito Romano
A opporsi a Segimero. Arminio cada,
Se la pace ricusa; io qui l'attendo.
Ed avvilita, e doma
Pieghi quell'alma altera
Il collo al ceppo, o la cervice à Roma.
Varo
Soggetto, e non estinto
Il prigionier vogl'io; rimedio estremo
Sia la sua morte; ah, troppo
Perdere il forte Eroe fora di biasmo
Al Romano valore.
(Troppo fora d'affanno
Il pianto di Tusnelda a questo core.)
Pera, se vol cosi
L'intrepido suo cor,
Ma poi
Al Tebro, e a noi
Cagione di rossor
Non sia quel sangue.
O la grand'alma intrepida
Ed avvilita, e doma
Servi al destin di Roma,
O' cada esangue.
Pera ecc.
Scena terza
Segeste, ed Arminio con alcune Guardie.
Segeste
Vieni, Arminio, e qui siedi.
Arminio
Ed in qual grado
Mi ricevi, o Segeste?
Segeste
In qual vorrai.
(Si pongono a sedere.)
Odimi; in questi accenti
Per la mia lingua ti favella il Cielo;
Opportuno è il consiglio,
Prendilo, e stringi a tempo
La chioma a tua fortuna entro al periglio.
Arminio
A che di fiato zelo
Cuopri, Segeste, le tue frodi? Io leggo
Nel fondo del core, e sò, che Roma
Promise alta mercede
Alla tua crudeltade,
Se per opera tua Arminio cade.
Segeste
Ora è posta in tua mano
E la tua libertade, e la tua morte;
Se al Monarca Romano
Chinar non sdegnerai . . .
Arminio
Olà, con queste
Indegne voci a me parla Segeste?
Segeste
Arminio, osserva, oh Dio!
Per l'ambizione tua quanto facesti,
Quanto sangue spargesti.
Là Templi incendiati,
Qua Provincie deserte,
Arse campagne, e Pogoli svenati,
Scorgi l'Albi, ed il Reno,
Che del sangue natio cresciute l'onde
D'ira contro di té mordon le sponde;
Che di vermiglie spume
Mormoran gonfi i liquidi cristalli,
E questo é amar la Patria, ed i Vassalli?
Arminio
Il Popolo Germano
Non possìede, e non hà
Altra pompa, altro fasto,
Che la sua gloria, e custodir geloso
L'onor natìo, la Patria, il sangue, i riti;
Delle spade guerriere avvezze ai lampo
Sen van le Spose in campo
Ai lor Consorti unite;
Di lor virtù guarnite
Sprezzan rischi, e perigli,
E nati in mezzo all'armi i nostri Figli
Scherzan con man di latte
Intorno agli elmi, all'aste, ed alle spade,
È i primi loro accenti,
Tù lo sai pur, son guerra, e Iibertade,
Ed ai poi tanto core
D'avvilire crudele
Sotto un giogo tiranno il lor valore?
Segeste
Al rapido torrente
Del tuo furore insano
Argine di ragion s'oppone in vano.
O' servitude, ò morte
In questo punto eleggi.
Arminio
Ancor, Segeste,
Non conosci qual sia d'Aminio il core.
Se vuol, ch'egli bilanci
Trà morte, e schiavitù,
Mora Arminio sù sù, senz'altro esame
Famoso in libertà;
Viva Segeste in servitude infame.
Segeste
Sì, mori dunque, e teco
De' Gauci, e de' Cherusci
Cada l'insano orgoglio.
Arminio
Hò tale speme,
Che al tiranno Romano
A negare obedienza, e vassallagglo,
Per un sol, che ne cade,
Mille altri Arminj arruoteran le spade.
Segeste
Con sì dolce lusinga
Vanne a morir.
Arminio
Tù vivi
Con sì bel nome, e faccia un dì la sorte
Per tua minor vergogna,
Ch'abbi d'Arminio ad invidiar la morte.
Cadrò, ma qual si mira
Dell'Aquilone all'ira
Svelto l'Abete, ò l'Orno,
Ove il gran tronco inclina,
Seco ogni pianta intorno
Nella fatal ruina
Precipitare ei fà.
Barbaro, abietto Core
Tù vivi al tuo rossore,
Vivi alla tua viltà.
Cadrò ecc.
(Parte Arminio fra le guardie.)
Scena quarta
Tusnelda, e Segeste.
Tusnelda
Padre, non mi credea
Dover per tal cagione a té dinantì
Già mai sparger querele, e versar pianti.
Segeste
Né io, Figlia, credei,
Che tù potessi mai
Esser penoso oggetto agli occhi miei.
Porta altrove i tuoi pianti, il tuo dolore
Altro non fà, che esacerbare il mio.
S'ai di salvar desìo
Da vergognosa morte
L'ostinato Consorte,
Porgi a lui prieghi, e pianti. Egli hà in sua mano
Il suo destino, e al Cesare Romano
Chinando il capo altero,
Lo toglie al ferro.
Tusnelda
Oh Dio! e che più spero?
Deggio dal suo timore
Attendere la grazia, ch'io sperai
Dalla sola bontà del Genitore?
Segeste
Arbitro di sua sorte
Lo fece l'amor mio,
Questo é quanto poss'io.
Tusnelda
Ah Padre amato,
Non involar, ti priego,
Questo della tua man dono più grato.
Per questi miei sospiri, ah, sì, per questi,
Ch'io spargo a' piedi tuoi pianti funesti . . .
Segeste
Tempo, pianti, e sospiri
Tù perdi a i piedi miei.
Tusnelda
Genero, e Figlia
Tù perdi a un tempo istesso.
Segeste
E' ancor più giusto,
Ch'io tenga in maggior preggio
La fede, ch'io giurai, Roma, ed Augusto.
Tusnelda
Compisci l'opra omai, Padre inumano,
Del tuo furore é degna
Questa vittima ancor: l'istessa mano,
Che ci congiunse in vita,
C'unisca in morte. Or via; che tardi più?
In tua Figlia ravvisa
E l'istesso delitto,
E l'istessa virtù;
L'istesso zelo accende
Il core a me, che accende il mio Consorte,
E fà, ch'io da tè chieda
O' la sua Iibertade, ò la mia morte.
Priva dell'idol mio
Vivere non poss'io,
Dammi la morte in dono,
Svenami per pietà.
O' frangi le ritorte
Del caro mio Consorte,
O' sazia, e ti perdono,
In me tua crudeltà.
Priva ecc.
Scena quinta
Ramise, e Segeste.
Ramise
Rivolgi a me la fronte
Colma di frodi, e tinta di rossore
Principe senza fede,
Padre disumanato, e traditore.
Segeste
O là, cotanto ardisce
Femina vile?
Ramise
E qual rispetto, e quale
Riverenza si deve a un disleale?
Vuol forse la ragione,
Ch'io l'eminente grado
Rispetti in té di Cittadin Romano?
Per cui, empio, tradisti
La nostra libertà, la tua Famiglia,
Per cui non ti par grave
Due vittime svenar, Genero, e Figlia.
Segeste
Voglio, che in me rispetti
La potestà, che mi concede il fato
Di fiaccar l'arroganza
D'un' orgoglio mal nato,
D'abbatter l'alterezza . . .
Ramise
Chi non teme il morir, tutto disprezza;
Ma del mio pianto amaro,
Se Arminio caderà,
Nò, che non riderà Segeste, e Varo.
Segeste
Và, con gli sdegni tuoi
A intimorir l'Ancelle, e non gli Eroi.
Ramise
Sai pur, che non é tolto
L'uso del ferro a questa destra mia?
Segeste
Teco altercare é troppo mio rossore.
Ramise
Vedi, s'io sò ferire, o traditore.
(Mentre avventa Ramise, con uno stiletto il colpo a Segeste viene trattenuta da Sigismondo, che sopravìene.)
Scena sesta
Sigismondo, e detti.
Sigismondo
Ah, Ramìse.
Ramise
Ah, destino?
Segeste
Ah, temeraria!
E tanto ardir conserva
Vinto ancora l'orgoglio?
Ma di mente proterva
Il genio altero, oppresso
Renda oggi Arminio, sì, col suo morire,
E cada a un tempo stesso
Al superbo la testa, a té l'ardire.
Inesorabile
Qual mi rendete.
Empj, m'avrete
Per avvilire
L'insano ardire
Del vostro cor.
Freme implacabile
Nell'alma accesa
La grande offesa;
Empj, temete
Il mio furor.
Inesorabile ecc.
Scena settima
Ramise, e Sigismondo.
Sigismondo
Mia cara?
Ramise
Ed osi ancora
Parlarmi infido?
Sigismondo
Infido, a chi t'adora?
Ramise
E quai prove d'amor, falso, mi dai!
Vuol vendetta il mio sangue,
E del nemico mio feudo ti fai!
Sigismondo
Egli é mio Genitor . . .
Ramise
Serva al mio sdegno
Chi pretende il mio amore.
Sigismondo
E in Sigismondo
Amar potresti un'empio, un parricida.
Ramise
In Sigismondo allora
Amerò il glorioso
Libetator della Germania, il giusto
Oppressor d'un Tiranno, il generoso
Vendicator dell'onte mie.
Sigismondo
La gloria
Non mercherò già mai con un delitto.
Ramise
Pur di sì bel delitto alta memoria
Rema conserva in Bruto.
Sigismondo
Ah bella . . .
Ramise
Addio.
Sigismondo
Così mi lasci.
Ramise
A questo prezzo io vendo
Di me stessa il possesso, e dei cor mio.
Sigismondo
Se di Segeste il sangue
(gli dà la sua Spada.)
Può rendermi il tuo amor, prendi, e'l furore
Sazia nel sangu emio,
Che sangue é di Segeste.
Ramise
Ah, folle. Addio.
(gli getta la spada.)
Solo ascolto il mio dolore,
Non hà pace questo core,
E di tanti affanni miei
La cagione, oh Dio! tù sei,
E pretendi ancor, ch'io t'ami.
Vanne, e porta e morte; e scempio
Contro un'empio,
E traditor,
Del mio cor
La fé se brami.
Solo ecc.
Scena ottava
Sigismondo.
Sigismondo
O Ramise, o Segeste
Troppo fieri Tiranni, e troppo cari,
Che volete da me, che m'imponeste?
Lasciate, ch'io nel core
Vi conservi innocente il sangue, e Amore.
Amare, e mirare
Partire sdegnato
Quel volto adorato,
Che vita mi dà,
Più forte di morte
Se al core mi sia
Partenza sì ria
Quest'alma lo sà
E pure soffrire
Si fiero martire
Conviene al mio cor,
E in vano ragione
M'impone fuggire
La fiera cagione
D'un tanto d'olor.
Amare ecc.
Scena nona
Orrida Carcere.
Arminìo,
Arminio
Olà, Custodi. Alcun di voi mi chiami
(entra un soldato.)
Varo, pria di morire, un solo accento
Dirli vorrei, per cui
Ei vivrà lieto, ed io morrò contento.
(parte il Soldato.)
Sceba decima
Tusnelda piangente, ed Arminìo.
Tusnelda
Mio Sposo?
Arminio
Ohimè! tù piangi?
Tusnelda, a far men dolce, ò men penosa
Oggi la morte mia, dimmi, se vieni
O' figlia di Segeste, ò pur mia Sposa?
Tusnelda
Vengo tua Sposa a seguitar tua sorte,
E ad esserti compagna,
Se in vita più non posso. almeno in morte.
Arminio
Ahi, cara, tù morir?
Tusnelda
Sdeghi, che teco
Venga la tua Tusnelda? e sei geloso
Di tua virtù, della tua gloria tanto,
Che non vuoi, ch'io l'immiti, o dolce Sposo?
Arminio
Nò, vivi; e resta almeno
De' miei candidi affetti unica erede.
Tusnelda
Resta, mio Sposo, e vivi,
Se vuoi, che viva anch'io.
Arminio
Ch'io viva? e come?
Avvilito il mìo nome
Non soffrirò . . .
Tusnelda
Se dal destino oppresso
Tutto perdesti, oh Dio! Oggi vorrai
Perdere, o mio diletto, ancor te stesso?
Arminio
Ah, se con tali accenti
Avvilito mi bramì,
Tusnelda, ò tù non m'ami, ò tù mi tenti.
Tusnelda
Dunque pria di servìre
Risolvi di morire?
Arminio
Sì, vuò morire, e coll'esempio mio . . .
Tusnelda
Sì bell'esempio vuò seguire anch'io.
Arminio
Ah, Consorte, e qual prò . . .
Tusnelda
Se consorte mi chiami,
Ed a mia servitude ora consenti,
Armninio tù mi tenti, ò tù non m'ami.
Non sia, che prigioniera
Mi veda Roma, e sù l'etrusco lito
Dalle Latine Nuore
Schernita spoglia esser mostrata a dito.
Arminio
Il mio pudico, ed ingegnoso amore
Del rimedio provìdde, e già pensai . . .
Tusnelda
E qual dunque sarà?
Arminio
Presto il vedrai.
Scena undicesima
Varo con Guardie, e detti.
Varo
Arminio?
Tusnelda
In questi orrori, in tale stato
E qual cieco furore
Ti guida ad insultare un disperato?
Arminio
Tusnelda, oltraggi a torto
Un merito sì raro;
Qaì solo a' prieghì miei comparso é Varo,
Signor, benché nemico,
Di quel tuo generoso, e nobil core
Adorai la virtù, l'alto valore.
Possessor d'un tesoro,
Di cui forse io non fui degno giammai,
Oggi il tuo merto, e l'amor mio richiede
Nel mio morir, ch'io te ne lasci erede.
Varo
Che sento!
Tusnelda
Che sarà?
Arminio
Questi è Tusnelda,
Della di cui virtù, virtù più bella
L'età prisca non vide, e la novella.
Tusnelda
E sento, e soffro?
Varo
Oh Dei!
Arminio
Dono sì prezioso
Signor, non ricusare
Dalla man d'uno Sposo.
Mia cara, all'or, ch'io mora,
Spargi di poche stille il cener mio;
Dona poscia all'oblio
Dell'infelice Arminio
Ogni memoria, ogni passato amore,
E dei tuo casto cor tutta la fede
Volgi a sì degno, e più felice Erede.
Varo
Ohimè! Varo, e che senti?
Tusnelda
E a si funesti accenti
Resiste il core, e non rimane estinto?
Arminio
Così Roma ti veda
Sposa del Vincitore, e non del vinto.
Vado a morir costante;
(a Varo.)
Lascio al tuo puro amore
Sposa, Germana, e onore,
(a Tusnelda.)
Lascio il mio core a té.
(a Varo.)
Fido a lei vivi amante
Tù rendi per mercede
Alla Tua bella fede
Amor, costanza, e fé.
Vado ecc.
Scena dodicesima
Tusnelda, Varo, e poi Ramise.
Varo
Tusnelda, io son confuso.
Un nobil core amante
Può ben senza dolore
Perder la vita sì, ma non l'amore
Io, se a me fosse dato
Di possederti mai . . .
Tusnelda
Olà, e quai fingi
Imagini d'amore in grembo a morte?
Ramise
Tusnelda, e che? con Varo in questo loco?
Varo
Odi, o Ramise; Arminio a me la Sposa
Cede, ed essa superba
Contrasta il voler suo, mi niega Amore.
Tusnelda
Se Arminio moribondo a té mi cede,
Mi vietano esser tua
Vivi ancor nel mìo petto amore, e fede.
Con due lievi sospirì, e pochi pianti
Può separar la morte
Le vili, e non l'eccelse anime amanti.
Nò, non vivrà Tusnelda,
Se impedir tu non sai, che Arminio cada.
Varo
Così la speme mia.
Tusnelda
Nò, non si fondi
sulla ruina sua la tua speranza.
Poiché la mìa costanza
Più che di morte, hà di tue nozze orrore.
Tù dal mio Genitore,
Se generoso sei, ottien sua vita;
Ciò, ch'io ti chiedo è molto,
Ma sia maggior tua gloria,
Se del tuo core istesso avrai vittoria.
Ramise
Per tè solo Segeste
E si placa, e s'irrita.
E se Arminio condanna,
Nè la sola cagion l'ingiusto impegno,
Che a té giurò.
Varo
Degg'io.
Tusnelda
Del tuo Rivale
Farti appoggio, e sostegno;
Sforzo sì illustre, e degno
S'aspetta solo alla virtù di Varo;
Fà, che debba Tusnelda
Al tuo gran cor ciò, che gli fù più caro.
Potresti esser pietoso,
Non men, che generoso,
Se doni a me l'amante,
Due vite io ti dovrò.
Pegno al mio cor sì raro
Dirò, dono è di Varo,
Quando l'abbraccierò.
Potresti ecc.
Scena tredicesima
Varo, e Ramise.
Varo
Così la mia fortuna
Nemica all'amor mio, mentre che nasce,
Svena la mia speranza ancora in fasce?
Ramise
Varo, e soffrir potrai,
Che un'infelice Principe Germano
Insegni la virtude a un cor Romano?
E che una donna afflitta
Da passione sì ria,
Di generosità norme ti dia?
Varo
Vinceste anime grandi;
Ribellati già sono
Da un vile amor tutti gli spiritl miei;
Conoscerà Tusnelda,
Che Varo era in virtude eguale a lei.
Non si lagna questo core
Nè del fato,
Nè d'amore,
Mentre è nato
Per penar.
Vuò seguire quel pensiero,
Che mi sgrida, e insegaa altero
Di me stesso a trionfar.
Non ecc.
Scena quattordicesima
Ramise, e Segeste con Guardie.
Ramise
Caro Germano, ancora
Della salvezza tua sperar mi lice.
(partono alcune guardie.)
Segeste
Itene, o miei fedeli, e qui traete
Il contumace Armìnio.
Ramise
Oh Dio! Segeste,
Deh, una volta sia spento entro al tuo core
Un così ingiusto, e sì mortal furore.
Segeste
Tù Ramise nel carcere?
Ramise
A seguire
O' il vivere, ò il morire
Venni d'Arminio.
Segeste
E in questo loco io porto
Solleciti i miei passi
Per renderti il Germano
Sciolto da' lacci.
Ramise
Nè m'inganni?
Segeste
In brieve
Con tuo maggior diletto
Eseguito vedrai quanto prometto.
Qui Tusnelda a momenti
Verrà nella bell'opra a me compagna,
Lasciane soli, e spera.
Ramise
Questa, che all'alma mia
Dolce speme concedi, ah! poi non sia
Vana, qual fummi ognora, e menzoniera.
Vorrei goder sperando
Gradita calma,
Ma sempre sospirando
Non sà quest'alma,
Che cosa sia sperar.
Se parte dal mio core
Il rio dolore,
Freddo timor mi viene
Con nuove pene
L'anima a tormentar.
Vorrei ecc.
Scena quindicesima
Tusnelda, Segeste, poi Arminio frà Guardie.
Tusnelda
Eccomi, o Padre a' cenni tuoi, ma pria
Per pietà d'una Sposa
Dimmi quale ti trovo in questi orrori.
Segeste
E Padre, e Amico or qui mi scorgi ancora.
L'ultimo assalto io voglio
A quell'alma portar piena d'orgoglio.
Se ricusa adempir' il voler mio,
Pera l'ingrato, e la Germania tutta
Veda, che solo ei cade
Per colpa sua.
Arminio
Segeste, e che? paventi
Forse tù della fede
Di questi tuoi Custodi,
Ed al carcere il piede
Porti per adempir ora tù stesso
L'esecrabile eccesso
D'un' empia fellonia?
Segeste
Gli insulti, e l'ire
Raffrena; Armìnio, omai,
Ed in brieve godrai
E vita, e libertà dalla mia fede.
Arminio
Vita, e fede da tè! folle, chi il crede.
Tusnelda
Ahi, a nuovo dolore
Ecco esposto il mio core!
Segeste
Più tollerar non posso; in brievi sensi
Eccoti la tua sorte,
O' Vassallo di Roma, ò avrai la morte.
Arminio
Sù; compiscì una volta il reo disegno;
Stanco son di più vivere, e l'indegno
Odiato tuo sembiante
Agli occhi miei, deh, per piedate, invola.
Più grave del morire
E' il doverti soffrire a me dinante.
Segeste
(in atto di partire.)
Barbaro, insano, io parto
Per appagarti. In brieve
Attendi il tuo destino.
Tusnelda
Oh Dio! t'arresta . . .
Segeste
Lasciami . . .
Tusnelda
Sposo . . .
Arminio
In vano
Tenti quest'alma.
Tusnelda
Ed io respiro ancora?
Arminio
(a Tusnelda.)
Tù. vivi al fato tuo.
Segeste
Lascia, ch'ei mora.
(Arminio, e Segeste ambìdue in atto di andarsene.)
Tusnelda
Padre . . .
Segeste
Non v'é perdono.
Tusnelda
Sposo . . .
Arminio
Vile non sono.
Tusnelda
Pietà . . .
Segeste
Pera l'ingrato.
Tusnelda
Pietà . . .
Arminio
Vivi al tuo fato.
Tusnelda
Ah, che in dolor sì rio
Vivere non poss'io.
Arminio
Rimira in queste lagrime
Empio, la tua viltà.
Segeste
Con la tua testa, esanirne
L'orgoglio tuo cadrà.
Tusnelda
Padre, Sposo, pietà.
Arminio e Segeste
Vano é sperar pietà.
Arminio
(a Tusnelda.)
Ahi! solo al tuo dolore
La bella mia costanza
Resistere non sà.
Tusnelda
(a Segeste.)
Se il grave tuo furore
Mi toglie ogni speranza,
Quest'alma ancor morrà.
Segeste
(ad Arminio.)
Dal giusto mio rigore
L'insana tua baldanza
Svenata oggi cadrà.
Arminio
Empio.
Tusnelda
Crudele.
Segeste
Indegno.
Arminio, Tusnelda e Segeste
In me l'ingiusto (In tè il mio giusto) sdegno
Saziato oggi sarà.
Padre ecc.
Fine dell'Atto Secondo.
ATTO TERZO
Scena prima
Cortile nel Castello di Segeste con Palco in prospetto preparato per la morte d'Arminio;
intorno al detto Palco Legioni Romane colle insegne militari, e Popolo sparso per le Loggie,
che ad uso di magnifico Anfiteatro circondano il detto Cortile ecc.
Ramise
Ramise
Fier Teatro di morte, orrida Scena,
A voi giuro, e vogl'io
Di Segeste, e di Varo
Vendicare col sangue il sangue mio.
Ma oh Dio! giunge il mio caro
Infelice Germano; ahi mio dolore
Tù mi tradisci. Ahi vista! Ahi sangue! ahi core!
Scena seconda
Ramìse si sviene, Arminìo fra catene, che la sostiene.
Ramise
Io moro . . .
Arminio
Ah, mia Ramise, e questo dunque
Quel coraggio virile . . . .
Che in darno in té puoté celar la gonna?
Testimonio sì vile
Mi dai di tua costanza, e fai vedermi,
Che la Suora d'Arminio in fine é donna.
Ramise
Ah, nò; se manca, e cade
Il coraggio, il vigore,
E in me forza d'amor, non di viltade.
Arminio
E qual mal ti figura il tuo cordoglio?
L'apparato, che miri é il mio trionfo;
E quel Palco fatale é il Campidoglio.
Ramise
Dal tuo coraggio prende
Nuovo spirto il mio spirto: Anima grande
Vanne pure costante, e lieta in viso
Al tuo felice Eliso.
A momenti, o Germano,
Ma pria compita la cumun vendetta
La tua Ramise in quelle sponde aspetta.
(parte frettolosa.)
Scena terza
Arminio, poi Varo da una parte, Segeste dall'altra con Guardie.
Arminio
T'arresta; odimi; oh Dio! quante sventure!
Ministri, alla mia morte
Or mi rendete, ed a Segeste poi
Portando la mia testa . . .
Varo
Olà, sciogliete
Quelle indegne ritorte.
Segeste
Olà, fermate,
E quei lacci stringete,
E quel capo troncate.
Varo
In Germania chi regna?
Segeste
Augusto.
Varo
Augusto sdegna
Un così vil trofeo.
Segeste
Ei vuol, ch'Arminio mora.
Varo
Mora, ma da Guerriero, e non da Reo.
Segeste
Varo, e non sai, che altero
Il, fiero Segimero
Qui d'intorno s'aggira? e reso audace
Queste mura minaccia, e Roma, e Varo?
Varo
Oppressa in brieve, e doma
Sia l'audacia del Duce; alla sua spada
Opporò questo petto.
Segeste
E Arminio cada.
Varo
Torni al Carcere Arminio; io vado al Campo.
Segeste
Forse un giorno potrebbe il viver suo
Alla fortuna tua servir d'inciampo.
Varo
Di fortuna il favore
Dal mio braccio dipende, e dal mio core.
Arminio
Varo, troppo m'offende,
Se col serbarmi in vita ei pensa, ò crede,
Che a tradir la mia fede,
Tributaria a guidar la patria mia,
Indurre oggi mi possa,
Se la forza nol può, la cortesia.
Riedo al Carcere, ed ivi
Fà pur, ch'io sia di morte,
O' d'Arminio paventa
L'alma non anco oppressa, e le ritorte.
Benché il Leon ristretto
Tra i lacci freme,
Pure non và negletto,
Ma ancor si teme
Dal cauto Predator
Paventa ognor, che i nodi
Ei spezzi altero,
E i miseri Custodi
Col dente fiero
Ei sveni al suo furor.
Benché ecc.
(parte accompagnato da Soldati di Segeste.)
Scena quarta
Varo, Segeste, e Soldati.
Varo
Del Castello in difesa
Tù colle genti tue resta, o Segeste.
Io le Romane Schiere
Contro il misero avanzo de Cherusci
In brieve condurrò.
Segeste
Varo, previeni
L'ardir nemico, e pria, che in questo loco
Giunga il fatale incendio,
Tù col sangue d'Arminio estingui il foco.
(parte.)
Varo
Questa viltà non lice
Ad un petto Romano, a un cor guerriero.
Chi Arminio oggi disfece
Temerà Segimero? Ecco di Marte
A me propizia, e a Roma
La fortuna primiera
Riporta alla mia mano
Ogni avanzo Germano,
Perch'io n'ottenga la vittoria intera.
Vado il mio sangue a spargere,
O' a trionfar da forte,
Non é terror la morte
In generoso cor.
Morrò per il mio bene,
Ed egli allor, chi sà?
Avrà di me pietà,
Se ancor non puote Amor.
Vado ecc.
Scena quinta
Atrio, che conduce alle Carceri.
Tusnelda colla spada d'Arminio.
Tusnelda
Ti stringo illustre acciaro
Dell'infelice mio tradito Sposo
Se già ai danni di Varo
Rendesti un tempo il tuo Signor famoso,
Oggi col darmi morte
Rendi di sua Consorte
La fede eterna, e non s'intenda poi
Qual ria de' preggi tuoi preggio maggiore,
Se in mano del Consorte, ò della Sposa,
O' istrumento di Marte, ò pur d'Amore.
(mentre vuole ferirsi, resta trattenuta da Ramise.)
Scena sesta
Ramìse, e detta.
Ramise
Ferma, Tusnelda; e cesi poco è forte
Contro il rigor di barbaro destino
D'Arminio la Consorte?
Tusnelda
Vìve il mio Sposo?
Ramise
Sì, vive in periglio.
Tusnelda
Lascia dunque, ch'io mora.
Ramise
Ah, sì; morir convien, ma non ancora.
Da i lacci pria, d'onde el sen vive avvinto
Convien sottrarlo, ò vendicarlo estinto.
Tusnelda
Sottrarlo? e come? oh Dio!
Ramise
Arrida Amore, e Fato al bel desio.
Scena settima
Sigismondo, e dette.
Tusnelda
Germano?
Ramise
Sigismondo?
Tusnelda
Il dolce Sposo.
Ramise
Arminio
O' rendi a queste braccia.
Tusnelda
A questo seno.
Ramise
O' ch'io sono di morte.
Tusnelda
O', ch'io mi sveno.
Sigismondo
Oh Do! fermate! e di Segeste pria
I decreti ascoltate. Ei delle mura
Postosi alla difesa, a se mi chiama,
E così mi favella:
Vanne al Carcere, o Figlio; ivi recisa
Porta del fiero Arminio a me la testa.
Sò, che il tuo cor ne freme,
Ma se ricusi di mirare esangue
Per opera tua quel busto,
E gli otraggi d'Augusto,
E i danni miei; mi pagherà il tuo sangue.
Tusnelda
Barbaro Genitor, crudo Germano.
Ramise
O di Padre inumano
Figlio più reo, esecutor più ingiusto.
Tusnelda
Con alma invitta, e forte
Andianne, Amica, ad incontrar la morte.
(Tusnelda, e Ramise in atto di partire.)
Sigismondo
Fermate; ò Padre, ò Amore!
(toglie a Tusnelda la Spada.)
Vivete, si, vivete.
Farò, che alle tue braccia, ed al tuo seno
Il Germano, e lo Sposo oggi ritorni.
Col periglio del Padre, e col mio sangue
Io comprerò di vostra vita i giorni.
(a Ramise.)
Vivi o bella, e a chi t'adora.
Serba, oh Dio? costanza, e fé.
(a Tusnelda.)
Vivi, o cara, invitta, e forte;
Per salvare altri da morte
Dare il sangue, e vita ognora
Mi vedrai per Lei, per Tè.
Vivi ecc.
(Entra per un Cancello, che introduce alla Carcere.)
Scena ottava
Tusnelda, Ramise, poi Arminio, e Sigisimondo con la spada d'Armimio.
Tusnelda
Ah, Ramise.
Tusnelda
Io provo.
Ramise
Io sento.
Tusnelda
Che quest'anima mia.
Ramise
Che questo core.
Tusnelda
Non si consola appien.
Ramise
Non é contento.
Tusnelda
In me colpa é del sangue.
Ramise
ln me d'Amore.
Arminio
Care, dall' empio laccio
Disciolto omai, vi stringo pur, v'abbraccio.
Tusnelda
Sposo.
Ramise
Germano,
Tusnelda e Ramise
Oh Dio!
Sigismondo
Signor, triegua agli affetti.
Rompi gl'indugi, e il tuo partir s'affretti.
(gli dà la spada.)
Arminio
E qual potrò mercede
Rendere a tanto zelo, a tanta fede?
Sigismondo
Se sia, che trionfante
Torni di palme, e di vittorie onusto,
Benchè barbaro, e ingiusto,
A Segeste perdona; e alle tue Squadre
Vieta il versar quel sangue,
Che a Sigismondo, ed a Tusnelda é Padre.
Arminio
A prezzo di mia gloria
Difenderò sua vita. e nel periglio
Rispetterà il mio brando
Nel Padre reo liberatore il Figlio.
Sigismondo
Per sotterranea via
Fuori da queste mura omai t'invia.
A tè di scorta sia questo mio fido.
(additandole un Soldato.)
Arminio
Sposa, Germana, io parto; in mezzo all'armi
Troppo a voi di periglio
Fora il seguirmi, il sesso in voi, e il sangue
Rispetterà Segeste.
Tusnelda
(a Sigismondo.)
E tù restar potrai?
Dello schernito Padre esposto all'ire?
Ramise
Segui Arminio.
Sigismondo
Non deggio.
Arminio
Ed io disprezzo
La libertà . . .
Sigismondo
Deh, vanne, e la mia vita
Se preme a tè, dal tuo partir dipende.
Và, pugna, e vinci, che dal tuo ritorno
La sua salute or Sigismondo attende.
Arminio
Partirò dunque; in brieve
Tu dal mio brando aspetta
La tua difesa, ò pur la tua vendetta.
(parte accompagnato da un Soldato dì Sìgismondo.)
Scena nona
Tusnelda, Ramise, e Sigismondo.
Tusnelda
Or, che libero, e sciolto
E' il caro Sposo mio dalle ritorte,
Faccia di me la sorte
Ciò, che vuole; dal core
Fuggì tutto il timore, e tale io sento
Fortezza in me, che nulla più pavento.
Dolce rieda nel mio petto
Con la pace il suo diletto,
Sciolto già da le catene
Il mio Bene
E' in libertà?
Frema pure più funesta
A miei danni la tempesta,
L'onda, e il vento
Non pavento
Più temere il cor non sà.
Dolce ecc.
Scena decima
Ramise, Sigismondo, poi Segeste, e Guardie.
Sigismondo
Ramise, e tu partir non vuoi da queste
Mura, ahi, troppo funeste . . .
Ramise
E del tuo Fato
Se la cagion son'io,
Come partir poss'io, come lasciarti?
Segeste
Così mentre del Padre
E la vita, e l'onor sono in periglio,
Invece d'eseguir gli ordini miei,
Trà vezzi di costei
Qui ti trattieni, effeminato Figlio?
Sigismondo
E di Figlio, e di Padre
Scordati i dolci nomi omai, Signore.
Tù sei tradito, ed io son traditore.
Segeste
Cieli! che intendo!
Sigismondo
Al tuo furor rapita
La vittima innocente
Da me riceve e libertade, e vita.
Segeste
Arminìo in libertade! e non m'uccide
La smania, il mio furore?
La sorte mi deride,
Varo mi manca, e mi tradisce il Figlio,
Perfido, stringi il ferro,
E con ridente ciglio
Squarciami il seno, e su'l mio corpo esangue
Saziati del mio sangue,
Compisci l'opera indegna, e l'empie trame
Ingrato mostro, e traditore infame.
Sigismondo
Di sì illustre Guerriero
L'alta virtù m'indusse . . .
Ramise
Eh, non é vero.
Risparmia il sangue tuo: io son la rea.
Questo, questo sembiante
Del tuo Figlio nel seno
Ebbe forza maggiore
Del sangue, del dover, del Genitore.
Segeste
Arrestate l'ardita.
Sigismondo
Essa t'inganna.
Fù la Patria, l'onore . . .
Segeste
Ah, taci, indegno.
Non hà più l'ira mia freno, ò ritegno.
(a soldati.)
Fidi, voi serbate
Quell'odiata cagion, di mie sventure.
Del mio morir vicino
Io preverrò colla vendetta il fato,
E pria di me cadranno
Una donna superba, un figlio ingrato.
Ramise
Ah, mio bene . . .
Sigismondo
Ah, quest'alma
Nel tuo periglio, o cara
Or sì spaventa, ed a temere impara.
Ramise
Impara a non temer
Dal mio costante amor,
Cara di questo cor
Dolce speranza.
Del tuo destin sì fier
A vincer l'empietà
Esempio ti sarà
La mia costanza.
Impara ecc.
(parte fra Guardie.)
Scena undicesima
Segeste, Sìgismondo, poi Tusnelda.
Segeste
Arminio in libertà? lo pose il Figlio?
Roma, Augusto, Segeste,
Varo, Legioni, Squadre
Siamo tutti in periglio,
Ma tù non fosti Figlio, io non son Padre.
Col tuo sangue . . .
Sigismondo
Ecco il ferro, ed ecco il petto.
(getta a' piedi di Segeste la sua Spada.)
Tù mi condanna, e svena,
Ch'io stimerò gran sorte
Per così bel delitto aver la morte.
Segeste
Dunque, o perfido, cadi . . .
Tusnelda
Ah Padre, il sangue
Tù stesso spargerai
Di Sigismondo, che pur' è tuo sangue?
Segeste
Se in lui tacque l'affetto, in me natura
Non parli, ò non s'ascolti.
Tusnelda
E per saziar l'ire del cor, vorrai
Esser'empio?
Segeste
Non più. Soldati, a voi
Consegno il traditor. La morte é poco
Per sì grave delitto; in brieve aspetta
Nuovi strazi, e più degni
Della tua colpa, e della mia vendetta,
E il mio furor la pena tua, m'insegni.
(a Sigismondo.)
Tu mi vorresti esanime,
(a Tusnelda.)
Tù godi al mio dolor,
Barbara, (a Segeste) Traditore,
Numi, che affanno!
Ma a' danni miei crescete
Anime scelerate,
Cadrete
Oggi svenate
Dal giusto mio furor.
In tanto tormento
Mancare in me sento
L'antico valor.
Tù ecc.
Scena dodicesima
Tusnelda, e Sigismondo fra le Guardie.
Tusnelda
In periglio tù sei.
E la cagione, oh Dio!
Di tanti affanni rei sola son'io.
Sigismondo
Hà preggio, e non timore
L'anima mia di così bell'errore.
Tusnelda
Saprò con alma forte
Oppormi alla tua sorte, ò vinta, anch'io
Seguirò il tuo destin.
Sigismondo
Che pena!
Tusnelda e Sigismondo
Addio.
(parte Tusnelda.)
Scena tredicesima
Sigismondo fra Guardie.
Sigismondo
No', che non é la morte
O' mia pena, ò spavento,
Se cadrò per Ramise, io son contento.
Per placare l'idol mio
Mille vite ognor vorrei,
E godrei nel bel desio
Tutte cederle a l'amor.
Solo allor sperar potrei
Dimostrar ne' danni miei
La costanza del mio cor.
Per ecc.
(parte fra le Guardie.)
Scena quattordicesima
Gran Piazza d'Arme nel Castello di Segeste all'intorno ingombrata con diversi attrezzi
Militari. In prospetto Simulacro di Marte. In fine fortificazioni interiori del detto
Castello con Torri all'antica ecc.
Ramìse, Sigismondo incatenati; Segeste, e Guardie.
Segeste
Soldati, olà, sciogliete
La destra a Sigismondo.
Ramise
Oh, che contento
Sigismondo
Caro Padre, che sento?
Segeste
(si leva la spada dal fianco, e la dà a Sigismondo.)
Prendi la spada . . . E la tua stessa mano
Tronchi la testa a chi salvò il Germano.
Sigismondo
Ch'io di mia man recida
Lo stame di mia vita?
Segeste
Al tuo delitto eguale
Questa la pena sia. Se tardi ancora,
O quanto strazio, e quale
Tù vedrai di costei.
Ramise
Non più dimora.
Su, via, ferisci; eccoti il petto ignudo;
Se sia per altra mano,
Sarà, mio caro, il mio morir più crudo.
Sigismondo
Ah, barbaro, inumano,
Ingiusto Genitore . . .
Scena quindicesima
Tusnelda con alcuni Soldati Romani, e detti.
Tusnelda
Arminio é vincitore.
Dal Germano valore
Destrutte le Legioni,
Neil'incontro primiero
Per man di Segimero
Varo rimase estinto,
Preso è il Castello, e il mio Consorte hà vinto,
Questo misero avvanzo . . .
(additando pochi Soldati Romani.)
Segeste
Empio destino
Sazio sei? non godrai di mie sventure
Barbara sorte, infide;
E se piange Segeste, altri non rida.
Lascia quel ferro.
Sigismondo
Nò, per tua difesa
Stringerò questo tuo barbaro acciaro.
Segeste
Perfido, io vuò seguir l'orme di Varo.
Lascia . . .
Tusnelda
Ferma, Signore.
Segeste
Ah Figlio traditore, ah Figlio ingrato.
Tù vuoi serbarmi in vita.
Perche Arminio divenga,
Arbitro di mia sorte, e del mio fato?
Ma non sia ver; già stringo un'altro ferro.
Prima però, ch'io cada
Plachi l'ombra di Varo il vostro sangue;
Voglio, che Arminio incontri
L'amico esitato, e la Germana esangue,
Ma giunge il vìncitor . . . Prima ch'arrivi,
Mi sottrarrò . . .
Scena ultima
Arminio con Soldati Tedeschi, e detti.
Arminio
Ferma, Segeste, e vivi.
Segeste
Lasciami . . .
Tusnelda
Ah Genitore.
Sigismondo
Queta, o Padre, il furore.
Segeste
Empi, rendete
Il ferro alla mia mano.
Arminio
Ferma il furore insano,
Ne ti sembri viltà cedere al fato.
Sin qui nudristi un perfido desio,
L'odio deponi; io già l'offese oblio.
Segeste
Dunque la libertà darmi tù vuoi . . .
Arminio
Così vendica Arminio i torti suoi.
Tù, se brami alla gloria
Rendere il nome tuo, abbi più fede.
Questo la Patria tua,
Questo il tuo sangue, e l'onor tuo richiede.
Segeste
Dal tuo valor, da tua virtude oppresso
Ti consegno il mio core,
Riforma a genio tuo tutto me stesso.
Arminio
Con più nodi si stringa
Il tuo col sangue mio; Ramise unita
Sia con lacci di fede
Del tuo figlio mercede,
Cui deve Arminio e libertade, e vita.
Segeste
O' vicende felici.
Tusnelda
O' di festante.
Sigismondo
O' mia Ramise.
Ramise
O' sospirato amante.
Tutti
A capir tante dolcezze
Troppo angusto é questo cor.
Ramise e Sigismondo
ln contenti le amarezze
Così cangia il Dio d'Amor.
A capir ecc.
Fine del Dramma.
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Ultimo aggiornamento 7 agosto 2023